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Centro Editoriale di Ateneo

Progetto editoriale online e Open Source
a cura di A. Cartelli e M. Palma


Testi   -   Catalogazione

Paul Canart
Riflessioni di un catalogatore di libri manoscritti
(Università di Roma Tor Vergata, 11 novembre 2004)

      A mo' di introduzione, proporrò due considerazioni preliminari. Innanzitutto vi dirò perché ho scelto l'argomento di questa lezione – o conferenza, se preferite –. Una prima ragione è d'ordine personale. Il mio primo e principale mestiere, per la durata di quarantun anni, è stato quello di catalogatore di manoscritti greci; è per assolvere a questo compito che, nel luglio del 1957, ricevetti il biglietto papale di nomina a "scriptor" della Biblioteca Apostolica Vaticana, e che sono entrato in servizio il 1° ottobre delle stesso anno, andando in pensione a fine ottobre 1978, dopo essere stato mantenuto in servizio un anno dopo il termine normale di 70 anni di età e di 40 anni di lavoro. E' vero che ho fatto – in campo scientifico e amministrativo – varie altre cose, ma la catalogazione è probabilmente l'attività che mi piace di più e che, di conseguenza, esercito meglio. La seconda ragione v'interessa di più. La codicologia, ahimè, non offre molti sbocchi di carriera. Per descrivere manoscritti, si reclutano, in Italia, giovani volenterosi e ben preparati, a titolo individuale o in gruppo. Consacrare alcuni anni a descrivere dettagliatamente e attentamente un fondo di manoscritti è un ottimo tirocinio per chi, ad esempio, porta avanti ricerche di tipo filologico o si specializza nel restauro di libri – manoscritti o non –; è utile perfino a chi, cambiando settore d'attività, si darebbe allo studio e alla cura dei documenti d'archivio o magari all'archeologia dei monumenti architettonici o allo studio e alla cura degli oggetti d'arte. In effetti, principi, metodologie e sussidi analoghi sono applicabili in questi campi diversi della ricerca.

      Una seconda considerazione preliminare ci fa entrare nel cuore dell'argomento. In un primo tempo, avevo intitolato la mia lezione "Riflessioni di un catalogatore di manoscritti". Quindi ho precisato "di libri manoscritti". Non ogni manoscritto è un libro: gli appunti che prendete a lezione, le lettere che scrivete (se non vi limitate ormai alla posta elettronica e agli SMS ...), i documenti che riempite con più o meno entusiasmo nell'ambito dell'università o della vita corrente non sono libri. Cosa è un libro manoscritto? E' un oggetto materiale (qualunque sia la materia e la forma) che contiene un testo (prendo il termine nel senso più largo possibile), destinato alla circolazione, anche ristretta. Quest'ultimo punto è decisivo: una raccolta di documenti amministrativi originali, anche assemblati sotto forma di rotolo o di codice, non sono un libro; ma copiati ad esempio per formare un'antologia di modelli, sono un libro. Evidentemente, ci sono dei casi limite. Se raccolgo i manoscritti dei miei articoli e, sognando di gloria e di esegeti che li scrutino e li glossino, li rilego in pelle di vitello, con tanto di titolo stampato in oro, ho creato un libro? Questo oggetto potrà godere di una certa circolazione tra le case di asta e, finalmente, trovare il riposo – e probabilmente l'oblìo – in un fondo di manoscritti (l'ultimo che si interesserà ad esso sarà un povero catalogatore). E' diventato un libro? Vi lascio decidere. Ma prendiamo un caso più frequente e più degno di considerazione. Da una parte, molte biblioteche posseggono insiemi di lettere originali (come da noi, in Vaticana, le lettere ricevute dal cardinale Giovanni Mercati durante 65/70 anni d'attività scientifica; esse sono una testimonianza eccezionale su un altrettanto lungo periodo di ricerca filologica e storica europea e non soltanto europea); queste raccolte, anche se rilegate in volumi, non sono dei libri secondo me; evidentemente saranno lo stesso catalogate e studiate; e vi farò osservare che parecchi fondi manoscritti contengono manoscritti che non sono libri. Ma se un erudito e uomo d'azione come Demetrio Cidone nella Costantinopoli della fine del secolo XIV copia o fa copiare la sua corrispondenza e ne costruisce una raccolta organizzata, allora sì che abbiamo a che fare con uno o più libri: sono uno dei tesori del fondo dei Vaticani greci della Biblioteca Vaticana. Non mi attardo sul tema, che potrebbe essere oggetto di discussioni interessanti e distinzioni degne della più sottile scolastica; pensate, ad esempio, ai problemi posti oggi dalla composizione e riproduzione con procedimenti elettronici, alla diffusione mediante dischetti, CD ROM, siti internet. In che misura siamo in presenza di manoscritti e di libri ? Saggiamente, mi limiterò d'ora in avanti al tipo di libri manoscritti che ho descritti: rotoli o codici di papiro, di pergamena o di carta contenenti testi riprodotti per lo studio o il divertimento dei lettori dell'antichità, del medioevo e del Rinascimento.
      Ora, come sapete, il libro manoscritto è un oggetto allo stesso tempo unico e complesso. Unico perché due libri manoscritti, per quanto somiglianti, non sono mai identici (è il caso di tutti gli oggetti artigianali). Complesso, perché, in quanto oggetto materiale, è frutto di tante tecniche diverse e delicate; in quanto portatore di testo, offre caratteristiche ben più complicate, spesso, dei libri stampati ai quali siamo abituati. Sulla complessità dell'oggetto libro, non mi soffermerò: la conoscete grazie alle vostre lezioni. Ma vi dirò qualcosa dei problemi di contenuto che il catalogatore deve affrontare e – "c'est ici que le bât blesse", diciamo in francese – spiegare ai lettori del catalogo. Partiamo da un caso molto semplice: su commissione di un individuo facoltoso (in altri casi, può essere una comunità), un unico scriba, pagato all'uopo, ricopia la Divina Commedia di Dante; si tratta di un bell’esemplare, che non ha subito danni o modifiche prima di arrivare sugli scaffali della Biblioteca Vaticana; tutt'al più, la sua legatura attuale non sarà l'originale, ma questo rientra nei problemi d'ordine materiale e non incide sul contenuto. Supponiamo adesso che, secondo le nostre constatazioni (e questo suppone già, nel catalogatore, serie conoscenze di paleografia), il testo sia frutto di due mani; questi copisti hanno lavorato insieme o il secondo è successo al primo, magari dopo un certo tempo, e siamo quindi di fronte a due "campagne" di trascrizione distinte; oppure, la prima copia era completa in origine, ma, mutilata in seguito a qualche incidente, è stata restituita più tardi alla sua integrità. E può darsi che, per completare la parte mancante, il copista sia andato a cercarla altrove, magari togliendola a una copia più antica. Mi è capitato così di ricostituire le fasi di composizione e ricomposizione di un volume che aveva subito più mutilazioni nella sua storia sofferta. Ma si trattava in fin dei conti di un volume di contenuto abbastanza semplice. Che dire invece dei casi che vi proporrò adesso?
      Vi sono libri manoscritti di contenuto vario, talvolta sorprendente nella sua mancanza apparente di criterio logico, ma che sono stati copiati in una volta per un committente che li voleva così. Pongono problemi di interpretazione e valutazione di tipo culturale (perché, ad esempio, uno mette insieme passi della Bibbia, trattatelli teologici, estratti storici, ricette medicinali, regole grammaticali?), ma il catalogatore si accontenterà di identificare i testi e di rimandare alle edizioni, critiche o non. Al contrario, può darsi che un manoscritto di contenuto complesso sia il frutto di una genesi essa stessa complessa. Ci sono eruditi che s'interessano a una certa materia, poniamo l'astronomia. Per riunire in un unico volume diverse opere che trattano della materia (Tolomeo, Pappo,Teone, Teodosio, Autolico) egli si procura a destra e a sinistra le copie di questi autori (copie di origine, data, valore diversi) e le rilega; oppure le tiene sciolte man mano che riesce a procurarsele e infine le riunisce e le arricchisce di titoli, di note marginali, di correzioni; oppure, dopo essersi costruito la sua bella raccolta, la disfa per sostituire con un trattato più recente uno invecchiato; sono tutti casi incontrati nei libri manoscritti e ci vuole erudizione, fiuto e pazienza per ricostituire la storia della formazione e delle modifiche di libri di questo tipo. E vi ho enumerato soltanto alcune delle trasformazioni dovute ad un solo proprietario. Talvolta, passando da una mano all'altra, il libro subirà simili modifiche. Attualmente specialisti come Peter Gumbert e Marilena Maniaci stanno definendo e classificando i molti tipi di codici "miscellanei" che il catalogatore, presto o tardi, incontrerà. Ciò l'aiuterà a capirne meglio la logica interna (se esiste) e a farla capire al lettore, o almeno, a presentare al lettore tutti gli elementi che gli permetteranno, forse, di capirla meglio del catalogatore.
      Dopo aver precisato il concetto di libro manoscritto, passiamo ai problemi che pone la catalogazione. La mia lezione si articolerà in tre punti.

1. Cosa deve contenere una descrizione di manoscritti

      La descrizione esaustiva di una realtà qualsiasi è impossibile. Da tempo, gli archeologi, che spesso debbono distruggere, man mano che scavano le tracce del passato che stanno studiando, si sono accorti del problema e hanno consacrato alla teoria della descrizione e della classificazione dei reperti studi di notevole interesse metodologico. Trattandosi di manoscritti, ci troviamo per fortuna raramente davanti alla necessità di manometterli e di sacrificarne qualche elemento. Ma rimane per noi, catalogatori, la questione: cosa dobbiamo mettere nelle nostre descrizioni? Paradossalmente – in realtà non è un paradosso –, più la filologia, la paleografia e la codicologia progrediscono, più il problema si fa acuto. Le prime descrizioni di manoscritti, che erano segnalazioni più che descrizioni, si limitavano spesso a fornire la collocazione del libro e brevi indicazioni sul contenuto (talvolta, si accontentavano di segnalare soltanto la prima opera contenuta nel manoscritto). Ma passiamo subito alle descrizioni scientifiche cosiddette approfondite, inaugurate nell'Ottocento dai bibliotecari e filologi tedeschi. Prendo l'esempio della serie dei cataloghi del fondo Vaticano greco. Il primo, opera di Giovanni Mercati e Pio Franchi de' Cavalieri, descrive 329 manoscritti in 543 pagine (1,65 pagine a codice); il primo catalogo di Robert Devreesse impiega 619 pagine per 272 manoscritti (2,27); il mio predecessore Ciro Giannelli, famoso per la sua acribia, consacra 536 pagine a 198 codici (2,70); il vostro servitore ha avuto bisogno di 785 pagine di descrizioni più 203 di indici per descrivere 213 volumi (4,6); il mio collega e successore Salvatore Lilla ha consacrato 529 pagine a 93 manoscritti (5,6). Sempre più pagine, sempre più tempo a manoscritto. Andiamo forse verso la descrizione infinita, cioè il blocco della catalogazione? Non entrerò qui in una discussione sul problema e i rimedi che si stanno proponendo; mi limiterò ad alcune osservazioni ricavate dalla mia doppia esperienza di catalogatore e di lettore di cataloghi.
      1. Il catalogo ideale dovrebbe presentare tutti i dati utili per chi deve utilizzare il manoscritto, qualunque sia il suo scopo. L'editore di testi deve poter riconoscere tutti i testi che contiene il manoscritto, e sapere se sono integri o non; la cosa è facile se si tratta dell'Iliade di Omero, ma già si complica se il testo è accompagnato da glosse e scoli; e vi assicuro che dare un'idea precisa di piccoli trattati o escerti di grammatica o delle varianti di un manoscritto liturgico non è cosa da poco; ora è vero che se il lettore nutre qualche dubbio sul contenuto esatto, può chiedere delle riproduzioni fotografiche; ma se i manoscritti da controllare sono parecchi, se la verifica riguarda soltanto un punto molto limitato, le spese diventano oggi rapidamente proibitive: i costi aumentano, vi si impone di fornire un minimo di riproduzioni a volume; nello stesso tempo, i sussidi concessi dalle istituzioni sono ridotti o soppressi. Tempi duri per i poveri filologi!
      Ad ogni modo, supponiamo che il lettore abbia a sua disposizione il microfilm completo del manoscritto: la descrizione deve fornire le precisazioni utili su tutto ciò che non si vede o si vede difficilmente sulle riproduzioni. Ciò riguarda tutti i particolari di ordine strettamente codicologico, direi più precisamente archeologico, fino alle rasure, alle correzioni, ai passi o alle note marginali poco leggibili. Sempre più, man mano che la scienza progredisce – ed è un bene che progredisca –, il catalogatore deve far fronte alle richieste più fini e sottili – in francese diciamo "plus pointues" – dei paleografi e soprattutto dei codicologi. Come si sa, nelle scienze basate sull'osservazione, si vede soltanto ciò che si cerca. Mi limito a due esempi. Più volte avevo visto sui bordi superiori di manoscritti di carta antica non filigranata di piegatura in-4°, osservandoli controluce, delle irregolarità nell'aspetto dello strato di pasta, ma non ci avevo fatto caso. Un bel giorno ho sentito parlare del fenomeno dell'impronta chiamata a "zig-zag", presente nella carta araba di tipo occidentale e nella carta spagnola che ne deriva; così fui il primo, penso, ad accorgermi della sua presenza in manoscritti non soltanto arabi, ma anche greci; non cercate la menzione di questa particolarità nel mio catalogo: non ne conoscevo ancora il significato. Altro esempio: recentemente, grazie ad osservazioni della signora Dominique Grosdidier de Matons, la migliore specialista oggi nel campo della legatura bizantina, ho saputo che se uno trova, tra i fogli di un manoscritto greco, piccoli pezzi di filo colorato, non soltanto non deve buttarli (quanti l'avranno fatto, anch'io, forse), ma deve notarne l'ubicazione e la frequenza, perché sono il residuo di un sistema di cucitura provvisoria dei fascicoli, anteriore alla legatura definitiva. Ora, dico, tutto questo è bello e buono, ma dove ci fermeremo? Aggiungerò una osservazione, anch'essa frutto dell'esperienza. Le inchieste di tipo codicologico, se sono di una certa ampiezza, si fanno in gruppo e richiedono di prendere in considerazione, a fini statistici, un numero cospicuo di manoscritti. Ebbene, per quanto dettagliati siano i cataloghi (e pochi lo sono dal punto di vista archeologico), non sono mai abbastanza precisi. Per la grande inchiesta intitolata "Italia XI", ideata e iniziata da Marco Palma e alla quale ho partecipato, abbiamo, per rilevare i dati scelti, esaminato o riesaminato i codici stessi. Non entro qui nei problemi di concezione e di organizzazione che hanno purtroppo limitato lo sfruttamento dei dati. Il fatto è che non avremmo mai potuto accontentarci dei dati dei cataloghi, anche dei più recenti e dettagliati. Per farla breve: in che misura i cataloghi possono e debbono fornire i materiali per le ricerche di tipo codicologico? Il problema rimane aperto, ed è tanto più grave in quanto le inchieste "a tappeto" nei magazzini di manoscritti sono sempre più escluse dalle autorità delle biblioteche.

      2. Già nel lontano 1978 Gilbert Ouy, forte della sua esperienza di conservatore di manoscritti alla Biblioteca Nazionale di Parigi, lanciava, nelle acque tranquille della catalogazione tradizionale – talvolta queste acque rivestivano l'aspetto di una palude –, una grossa pietra: "Comment rendre les manuscrits médiévaux accessibles aux chercheurs ?". Formulando, contro il sistema tradizionale di catalogazione, i rimproveri di rigidità e di lentezza, egli preconizzava un sistema di descrizione graduale e flessibile nella sua elaborazione, costantemente perfezionabile nella sua pubblicazione progressiva a fascicoli mobili e fogli sostituibili. La fatwa degli ayatollah della catalogazione cadde sull'imprudente, ma le sue proposte guadagnarono terreno; il progresso e la generalizzazione delle risorse e dei programmi elettronici ne resero l'applicazione sempre più facile e i vantaggi pìù evidenti. Dopo parecchie prove e iniziative di cui non vi farò la storia, assistiamo oggi a una fioritura di cataloghi elettronici, elaborati e diffusi tramite internet. Citerò soltanto uno degli ultimi: il Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani, frutto di una delle iniziative dell'infaticabile Marco Palma. Esso è ben presentato nel n° 42 (printemps 2003) della Gazette du livre médiéval e in un dépliant che avrete avuto forse l'occasione di vedere. Palma e la sua équipe mettono ottimamente in pratica i suggerimenti di Ouy e sfruttano alla meglio i vantaggi dello strumento elettronico. In un catalogo di questo tipo, ogni descrizione può mettere insieme i contributi di più collaboratori, diversi quanto a competenze ed esperienza; e ogni descrizione sarà continuamente oggetto di correzioni, precisazioni, arricchimenti, aggiornamenti. Non è poco, se si pensa al povero catalogatore solo e – teoricamente – onnisciente; quest’ultimo perderà molto tempo a familiarizzare, ad esempio, con gli arcani della letteratura medica o astronomica bizantina, mentre uno specialista della materia gli dirà subito con che testo o tipo di testo egli ha a che fare; se, in una nota marginale, egli si imbatte su un nome di personaggio o di luogo sconosciuto, lascerà ad altri il compito di identificarli. Non si ha sotto mano lo specialista capace di analizzare, datare e localizzare una legatura? Il campo della scheda resterà vuoto o ridotto al minimo fino al momento giusto. Va da sé che, incaricato per lunghi anni di sovrintendere alla catalogazione di decine di migliaia di manoscritti in alfabeto latino, e davanti alla prospettiva scoraggiante, anche in ambiente ecclesiastico, di aspettare cinque o sei secoli prima di vedere la fine dell'impresa, non posso che salutare iniziative che dovrebbero permettere di accelerare notevolmente il lavoro e di integrare in maniera comoda gli aggiornamenti. Ma in questi progetti, non tutto è rose e fiori. Riunire, far lavorare, controllare équipes di catalogatori e mettere a disposizione dei ricercatori i risultati della loro fatica pone problemi sconosciuti al catalogatore classico; posso indovinarli, senza averli affrontati di persona. Fatto più grave, forse: appena il libro manoscritto presenta un certo grado di complessità (pensate a ciò che ho detto un momento fa a proposito dei codici compositi o miscellanei), esso non può essere capito nella sua struttura materiale e intellettuale senza combinare in una sintesi le sue caratteristiche archeologiche e contenutistiche. Per districare le complicazioni di una composizione dei fascicoli che presenta irregolarità o ha subito modifiche, uno deve far appello alle suddivisioni del contenuto, agli scambi di mano, alle differenze nel tipo di pergamena o carta adoperato; e la stessa procedura s'impone se uno parte dei problemi di contenuto. Insomma, il libro manoscritto è come un essere vivente, di cui si capiscono le caratteristiche soltanto se sono considerate come parti di un tutto strutturato, funzionante e passibile di evoluzione. Ci vorrà sempre un coordinatore dei lavori, una specie di direttore d'orchestra, capace, egli solo, di capire il manoscritto nella sua singolarità e di farla capire all'utente.

2. Le qualità di un buon catalogatore

      Conoscerete la "réplique" di Figaro al conte nella commedia di Beaumarchais: "Aux qualités que nos maîtres exigent de nous, connaissez-vous, Monsieur le comte, beaucoup de maîtres qui seraient capables d'être valets?" Il mestiere di catalogatore potrebbe sembrare a qualcuno di tipo ancillare. Risposta del catalogatore al professore d'università di prima fascia: "Date le qualità richieste a un catalogatore, conosce molti professori capaci di essere buoni catalogatori?" Lanciata questa innocente freccia, vi dirò, partendo dalla mia esperienza, e ben conscio di rimanere lontano dall'ideale, quali sono, ai miei occhi, le qualità di un buon catalogatore. Qualcuna già l'avrete dedotta da ciò che ho appena detto del coordinatore dell'impresa di un catalogo collettivo. Quelle che evocherò adesso riguardano il singolo catalogatore nell'esercizio concreto della sua attività
      Nella raccolta dei dati, il buon catalogatore dà prova di curiosità, di pazienza e di perseveranza.
      La curiosità è il motore di ogni ricerca intellettuale. Se, come dirò tra poco, il catalogatore si costringe a lavori talvolta ripetitivi e noiosi, la sua ricompensa è di trovarsi davanti a testi che non riconosce subito, a scritture che mettono alla prova le sue conoscenze paleografiche, a particolari intriganti nella costituzione materiale del libro. Il lavoro del catalogatore presenta analogie con quello dell'investigatore o dell'amatore di parole crociate e di problemi enigmistici. Nell'identificazione dei testi si impara, col tempo, a riconoscere lo stile o i temi che mettono sulle tracce dell'autore; ai miei tempi non si disponeva ancora di tutti gli strumenti a cui accennerò più avanti, come il TLG, il Thesaurus Linguae Graecae statunitense; sospettando, davanti a un testo mutilo, di aver a che fare con un passo di Giovanni Crisostomo, ho trascorso ore a sfogliare i volumi della Patrologia Graeca, spesso con successo. Uno dei testi che mi ha dato più filo da torcere è una sezione di un codice miscellaneo di tipo raccogliticcio, il Vat. gr. 1823. Quattro fogli contengono un testo anonimo, di controversia teologica. La lettura mi convinse che si trattava di un autore nestoriano, di livello abbastanza buono. Cercai a lungo, senza risultato. Avevo perfino trascritto l'intero testo e l'avevo sottoposto all'uno o all’altro collega, senza esito. Mi stavo chiedendo se non fosse il caso di pubblicarlo, quando, esaminando una nuova collezione di testi patristici, mi capitò tra le mani l'edizione di un'opera di controversia cristologica, la Refutazione scritta da un autore poco conosciuto, Euterio di Tiana, del V secolo; mi bastò dare un'occhiata per riconoscere i temi del mio testo; si trattava in effetti del capitolo 21 dell'opera. Rimasi nello stesso tempo soddisfatto e un po' deluso. Soddisfazione del poliziotto che finalmente mette le mani sul colpevole; delusione per aver perso l'occasione di pubblicare un inedito e di vedere il risultato di lunghe ricerche condensato in una riga di catalogo. Nel campo codicologico, uno dei divertimenti del catalogatore è di identificare la mano di un copista, cosa relativamente rara per i manoscritti più antichi, abbastanza frequente per il periodo rinascimentale; la scoperta può sfociare in articoli e monografie sulla produzione di un copista o di un gruppo di copisti.
      Altre qualità che ho enumerate un momento fa sono la pazienza e la perseveranza. Come ogni lavoro preciso, ripetitivo, a volte noioso, la catalogazione richiede pazienza: non è divertente controllare la composizione dei fascicoli; rilevare, foglio dopo foglio, tutte le filigrane presenti in un codice; verificare, foglio dopo foglio, se un determinato testo non comporta mutilazioni o interruzioni. Chi non si sottomette a questa disciplina rischia, ad esempio, di non accorgersi che il testo che si presenta come un'unica omelia è in realtà dalla seconda di un’altra (fenomeno che può essere dovuto a varie cause, che bisogna diagnosticare: mutilazione materiale del codice stesso, mutilazione del suo modello, distrazione nel copiarlo). Della perseveranza, vi ho appena dato un esempio, a proposito del capitolo di costituito dalla prima parte di una e Euterio di Tiana. Il buon catalogatore, come il buon segugio, conserva sempre, in un angolo della sua mente, il ricordo dei problemi non risolti. Così, finisce spesso col venirne a capo. Un mio collega e predecessore soleva dire che bisogna partire dal presupposto che ogni testo è già stato pubblicato da qualche parte: a furia di perseveranza, si ritroverà l'edizione. Evidentemente egli esagerava. Direi che quasi tutti i testi sono, se non pubblicati, almeno segnalati in qualche manuale o catalogo di manoscritti. Come ritrovarli ? Ne parlerò più avanti.
      Ho trattato finora delle qualità che deve possedere il catalogatore quando ricerca i dati. Spendiamo qualche parola sulle qualità di cui deve fare mostra quando espone i risultati delle sue inchieste. In altri termini, quali sono le qualità di una buona scheda di catalogo. Ne cito quattro: obiettività, completezza, precisione, chiarezza.
      Obiettività. Il catalogo deve prima di tutto mettere a disposizione del ricercatore dati positivi, concreti. Mi ricordo un'osservazione che mi fece il mio connazionale e collega José Ruysschaert, che guidò i miei primi passi da catalogatore. Gli avevo sottoposto l'analisi della struttura materiale, piuttosto complessa, del mio primo manoscritto. Ruysschaert mi raccomandò di distinguere bene tra l'esposizione dei fatti e la loro interpretazione. Egli avrebbe avuto tendenza ad eliminare o a ridurre al massimo l'interpretazione. Ora, sulla distinzione, sono d'accordo: non bisogna cadere nel difetto di taluni giornalisti, che mescolano fatti e commento ai fatti. Beninteso, in certe materie il fatto non si distingue così facilmente dall'ipotesi e, come ho già detto, è l'ipotesi, cioè l'interpretazione, che mette sulle tracce del fatto. Tuttavia, nel campo della catalogazione, la distinzione rimane valida. Ciò non impedisce che, secondo me, il catalogatore sia spesso il solo a poter correttamente e soprattutto rapidamente, interpretare i fatti che espone; il lettore, interessato innanzitutto al testo, non ha spesso le conoscenze, l'esperienza e l'accesso ripetuto all'originale che gli permetterebbero una giusta interpretazione dei dati. E in effetti noi, conservatori di manoscritti, siamo più d'una volta interpellati da ricercatori che ci chiedono di controllare o spiegare particolari che a loro creano difficoltà. Se il catalogo può anticipare la risposta a queste domande, ben venga.
      Completezza, precisione e chiarezza. Uno dei miei professori dell'Università di Lovanio diceva a noi, novizi nell'arte di redigere un articolo scientifico, che dovevamo partire dal presupposto che il lettore non conoscesse nulla della materia e, di conseguenza, esporre il problema e la soluzione in maniera da renderli comprensibili a chiunque; beninteso, aggiungo io, a chiunque legga articoli di tipo scientifico. Questa esigenza di accessibilità implica, nell'esposizione, completezza, precisione e chiarezza. Completezza e precisione: per noi, catalogatori, alcuni particolari sono talmente banali che avremmo tendenza a ometterne la menzione; non parlo di omissioni dovute alla distrazione (che sono lo stesso noiose: in uno dei cataloghi della Vaticana manca il numero dei fogli di un codice, in un altro la datazione), ma di dati incompleti o non abbastanza precisi: i titoli sono scritti con l'inchiostro o il pigmento rosso (e quale rosso?); qual è la posizione esatta, il tipo di scrittura, il copista dei numeri che segnano i fascicoli? Non è sempre facile ricordarsi di rilevare e esporre tutti questi dettagli. Come i piloti degli aerei, il catalogatore dovrebbe avere davanti a sé un elenco di tutti i particolari da verificare e spuntare man mano la lista. Chiarezza. Prima di me, i cataloghi dei Vaticani greci presentavano l'insieme dei particolari codicologici in un unico paragrafo; e all'interno del paragrafo cambiavano l'ordine degli elementi e la maniera di presentarli; il mio predecessore Giannelli, peraltro di una acribìa e di una cura del dettaglio esemplari, si dilettava di usare un vocabolario latino vario e ricercato nel descrivere i particolari archeologici (e si divertiva talvolta a punzecchiare gli autori che citava; una sua frase mi è rimasta in mente e me la ripeto spesso: "vix credas gemino gaudentem obtutu ita iudicare potuisse"); ebbene, sono sicuro che più di un lettore delle sue descrizioni sentirà il bisogno di una traduzione, ormai che la conoscenza del latino si va affievolendo. Sul modello dei cataloghi dei manoscritti greci di Vienna, ho diviso la parte codicologica in paragrafi e cercato di uniformare la terminologia. Da allora le necessità della catalogazione automatizzata hanno imposto una normalizzazione e una sistematicità ben più spinte, ed è una netta facilitazione, e per il lettore occasionale, e per eventuali inchieste d'insieme. Faccio soltanto un esempio. I miei predecessori descrivevano la struttura dei fascicoli in questa maniera: il manoscritto conta 34 fascicoli, tutti quaternioni, tranne il secondo, di 6 fogli, il quattordicesimo di 7, l'ultimo di 3. Ebbene, cercando, su questa base, di ricostituire lo schema dettagliato dei fascicoli, più di una volta non ci sono riuscito, perché il conto dei fogli non tornava; ho dovuto riprendere il codice in mano e rifare il calcolo. Quindi ho adottato, nel mio catalogo (ciò che altri avevano già fatto), una numerazione dei fascicoli nell'ordine del codice, notando man mano il numero dell'ultimo foglio di ogni fascicolo o gruppo di fascicoli uguali. Come saprete, vari modelli di descrizione "matematica" dei fascicoli sono stati proposti, che hanno i loro pregi e inconvenienti. Purtroppo siamo ancora lontani dall'adozione di un sistema unificato.

3. Conoscenze necessarie e strumenti di lavoro

      Distinguo i due grandi aspetti della descrizione di un manoscritto: l'esterno e l'interno, la codicologia e il contenuto.
      Trattando dell'aspetto esterno, ci si attende che il catalogatore abbia una buona formazione di base nei campi della paleografia e della codicologia. Esistono a questo effetto corsi e manuali, sui quali sarete già informati. Ma, come per molti mestieri, si impara soprattutto dalla pratica. Mi sia permesso di evocare i miei primi passi da catalogatore. All'università mi ero specializzato nello studio della filosofia antica (ho scritto e pubblicato, in collaborazione con un mio professore di liceo, una dissertazione su Platone). Avevo seguito un ottimo, anche se breve, corso di paleografia greca; ma non mi interessavo di manoscritti e, a causa delle circostanze post-belliche, non avevo mai visto, e ancor meno avuto tra le mani, un solo manoscritto. Accettata la nomina a "scriptor" (ero disposto a cambiare settore di ricerca, pur di fare ricerca), ricevetti dal Prefetto della Biblioteca l'incarico di continuare la catalogazione del fondo dei Vaticani greci al punto lasciato dal mio predecessore Giannelli; l'istruzione su come procedere fu lapidaria: "prenda i cataloghi redatti dai suoi predecessori e faccia lo stesso". Non drammatizziamo troppo: ebbi utili consigli di metodo da parte del mio collega latinista Ruysschaert e qualche aiuto episodico di Paul Künzle, che preparava per la stampa il catalogo dei primi Barberiniani greci di Valentino Capocci (ma Künzle era sopratutto un archeologo, che ebbe più tardi la direzione dei musei della Biblioteca) e di Ciro Giannelli, il quale, occupatissimo, faceva apparizioni fugaci alla Vaticana. Per farla breve, fui, nel campo della catalogazione, un autodidatta. Mi vedo ancora aprire e percorrere i cataloghi di Mercati – Franchi de' Cavalieri, Devreesse e Giannelli; rimasi allibito, come davanti a un mondo sconosciuto. Poi mi feci coraggio; scelsi, tra i codici della serie, un salterio datato al 1010/1011, il Vat. gr. 1873: testo familiare, nessun problema di datazione per il paleografo novizio che ero allora. Ma il manoscritto, completato due volte, e in parte palinsesto, non era senza problemi di struttura e di contenuto; li affrontai e così iniziai una formazione che non considero ancora finita, perché è raro che un manoscritto non vi metta in presenza di qualche particolare nuovo. Ben presto decisi di ripartire con il primo codice della sezione assegnatami e di andare avanti, numero dopo numero; feci bene, perché, se avessi dovuto interrompere il lavoro, una porzione di descrizioni avrebbe potuto essere stampata.
      Trattando del contenuto, bisogna evidentemente tener conto del genere di manoscritti che bisogna descrivere. Il vantaggio di un catalogo del tipo che chiamiamo speciale, come il catalogo dei manoscritti di autori classici latini della Biblioteca Vaticana, o i cataloghi di manoscritti giuridici, astrologici, musicali, è che richiedono una competenza e quindi una formazione approfondita, ma specifica. Non mancano i codici di contenuto eterogeneo, ma i cataloghi speciali tralasciano normalmente i testi estranei alla categoria che a loro interessa. Restano tuttavia le piccole note o aggiunte che illuminano la storia del volume, come le note storiche (relative a re, vescovi, altri personaggi importanti, guerre, epidemie, eclissi, ecc.); esse richiedono, per essere lette e capite, conoscenze di vario genere. Ma i cataloghi generali, che descrivono tutti i manoscritti di un determinato fondo, possono mettere il catalogatore davanti a codici di contenuto estremamente vario. E' il caso della porzione del fondo dei Vaticani greci che ebbi da descrivere. Incontrai testi che spaziavano da Omero a composizioni del XVI e talvolta del XVII secolo. Poche sono le materie che non ho affrontate: mi sono imbattuto, nel campo che diremmo oggi letterario, in tutti i generi profani e religiosi; profani: epica, lirica, oratoria, teatro, storia, corrispondenze, eventualmente con i relativi commentari di varie epoche; religiosi: Bibbia, esegetica, poesia sacra, omiletica, agiografia, letteratura ascetica. Nel campo scientifico o pseudoscientifico, ho descritto testi che andavano da ogni specie di filosofia o teologia alla grammatica, la teoria letteraria, l'aritmetica, la geometria, la musica, il diritto profano ed ecclesiastico, l'alchimia, l'astrologia, la magia e la divinazione, ecc. ecc.
      Davanti ad una tale varietà, come si destreggia il catalogatore? Prima di tutto rinfresca o acquisisce delle conoscenze basilari riguardo a tutto lo scibile accumulato nei manoscritti. Personalmente, ebbi la fortuna di aver ricevuto all'università e al seminario una buona base di conoscenze relative alla letteratura classica, alla filosofia antica e medievale, alla teologia. Per il resto, a seconda delle necessità, acquistai poco a poco le nozioni necessarie. Mi fu utile, all'inizio e anche dopo, il libro di Robert Devreesse, Introduction à l'étude des manuscrits grecs, che fornisce, per tutti i tipi di testi che si incontrano nei manoscritti, una iniziazione di base e il rinvio a molte edizioni di testi. Al catalogatore serve un tipo di conoscenza particolare: egli non ha bisogno di capire a fondo i testi che descrive, ma gli basta riconoscerli e ritrovare le edizioni e gli studi che trattano dei manoscritti che li contengono. Certo, riconoscere un testo senza nome d'autore né titolo preciso, magari mutilo, richiede talvolta un esame attento; ma appena ha imboccato la pista giusta, il catalogatore si ferma: per non perdere tempo, egli legge il meno possibile dei testi che descrive e non cerca di penetrarne il senso profondo o di giudicarne il valore; la sua erudizione è tutta di superficie, come quella dei bidelli – i "cuistres" in francese – che cancellavano il testo dalle lavagne dei professori e ne ritenevano pezzetti di scienza. Tuttavia, il catalogatore trova, nei manoscritti, se lo vuole, ampia materia per note e articoli: come dice la Bibbia, non si deve mettere la museruola all'asino che pigia le messi per estrarne il grano.
      Da ciò che ho appena detto si deduce che la qualità essenziale del catalogatore è quella di saper dove cercare le indicazioni che gli permetteranno di identificare il testo e di reperire le edizioni che lo riproducono e gli studi che trattano del manoscritto da descrivere o, almeno, indicano i particolari del testo che sarebbe utile segnalare nel catalogo. A questo scopo servono i manuali di storia della letteratura, presa nel senso più largo della parola, le enciclopedie e repertori generali o speciali, i dizionari biografici, ecc. Per tenersi al corrente delle pubblicazioni recenti, ci sono bibliografie periodiche e riviste specializzate. Un aiuto preziossimo, se il testo è integro, è fornito dai repertori di incipit di testi: per fortuna si vanno moltiplicando. Se il testo contiene parole poco comuni, lo si può talvolta identificare ricorrendo ai dizionari di lingua. Uno strumento utilissimo è ormai il TLG, il Thesaurus linguae graecae americano, disponibile su CD ROM; il suo scopo è di registrare l'integralità dei testi greci editi; limitato prima al periodo classico e postclassico, esso tende ormai ad estendersi fino alla presa di Costantinopoli; ma, per la letteratura del periodo patristico e medievale, la registrazione è ancora parziale. All'interno di questa massa, ci si muove grazie a motori di ricerca; piuttosto lenti in origine, essi sono attualmente rapidi e efficaci; ne ho potuto apprezzare l'utilità queste ultime settimane per identificare pezzi di testi decifrati non senza pena in manoscritti palinsesti. Ma c'è una scorciatoia alla quale non si pensa sempre, e a cui ho fatto più volte ricorso: reperire un manoscritto di contenuto uguale o analogo e approfittare così delle precisazioni del catalogo che lo descrive. Seguendo questa strada, ho appreso molto dai cataloghi dei miei colleghi, passati o presenti. Finalmente, tende a generalizzarsi uno strumento di lavoro particolarmente utile: le bibliografie di manoscritti, retrospettive o correnti. Da questo punto di vista la Biblioteca Vaticana è privilegiata. Del resto, lavorare in seno ad una grande biblioteca offre più di un vantaggio, come il disporre in consultazione diretta dei principali strumenti di lavoro, l'occasione di incontrare i migliori specialisti e di ricorrere al loro aiuto occasionale, nonché, va da sé, a quello dei colleghi della stessa Biblioteca.
      Accanto ai manuali, enciclopedie e repertori stampati, il catalogatore tende a costruirsi strumenti personali di lavoro. I miei predecessori hanno raccolto su schede incipit di tutti i testi che incontravano nei manoscritti, e li ho imitati; una parte di questi schedari è disponibile nella sala di consultazione della Vaticana, e il mio li raggiungerà un giorno. Il mio predecessore Ciro Giannelli, al fine di descrivere meglio i codici contenenti preghiere liturgiche o apoftegmi dei Padri, si era costruito ricchi schedari di incipit; li ho alquanto aumentati e affidati ad uno dei miei successori; chissà se e come potranno essere messi a disposizione degli studiosi. Quasi dall'inizio della carriera ho tenuto uno schedario delle edizioni e studi sul testo di tutti gli autori greci, nonché uno schedario dei copisti e possessori di manoscritti. Ho accumulato così decine di migliaia di schede. Tuttavia vorrei mettervi in guardia contro un eccesso possibile: dal momento che la bibliografia aumenta sempre, si corre il rischio di consacrare tutto il proprio tempo a lavori e ricerche preparatorie, senza più trovare un'ora per redigere il catalogo stesso. "Le mieux est l'ennemi du bien", diciamo in francese. Vari miei colleghi, e io stesso, abbiamo, da questo punto di vista, peccato per eccesso. Passando gli anni, il difetto tende ad aggravarsi. Per portare a termine un catalogo, è meglio essere giovane e un po' incosciente. Perciò temo che la mia carriera di catalogatore sia giunta al suo colofone, come diceva della sua vita un erudito bizantinista fuori del comune, Silvio Giuseppe Mercati. Quindi, concludo laconicamente la mia chiacchierata: largo ai giovani!

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